IL MESSAGGERO

7 giugno 1979

 

Pop

Ermanno De Biagi, cantautore,

ha proposto una conferenza

 

Sull' albero della Pazzia

 

di ANGELO MARTINIELLO

Sembra Rasputin in vacanza a Miami. Barba e capelli fuori misura, occhialetti rotondi, cappello di paglia a falda larga, gilet pieno di spille fasulle e luccicanti, jeans, calzini a strisce e zoccoli. E' Ermanno De Biagi, cantautore, idraulico, laureato in filosofia iscritto a medicina, che si è presentato al Fonclea - salon per cantare e promuovere i brani del suo LP “L'albero della pazzia".
E' stato un concerto-conferenza, di quelli all'americana, col musicista che si confessa, ride e chiacchiera peggio di un candidato alle elezioni. “Stasera metterò tre cappelli - dice Ermanno - mi servono per nascondermi, per essere più diverso, per essere qualcosa e il suo esatto contrario. lo adoro I cappelli.
Ma dovete sapere che mi sono veramente ammazzato per fare questo concerto: alle quattro del mattino ho dovuto incollare i manifesti col mio nome usando una scala di due metri. Così, ho piazzato i manifesti molto in alto, con la speranza di vederli affissi per molto tempo. Poi ho dovuto caricarmi l'impianto di registrazione e diffusione. Credo di aver sudato come un egiziano fabbricante di piramidi...”.

La temperatura del locale è sui 40 gradi, De Biagi si passa un fazzolettone country sul viso e sulle mani, si aggiusta una gamba che per l'emozione si è messa a ballare da sola, e attacca a suonare.

Esegue brani esistenziali come Falsa eternità che parlano di “desideri impiccati alle parole”. Oppure canzoni a decollo Immediato come Ciao Pagliaccio, con il basso di Rogers Smith che svolge la melodia anziché il ritmo. S'imbarca anche in autoconfessioni che trovano terreno adatto in Preludio finale, dove i contrasti canori e sonori di Ermanno fanno a pugni con i “drammi della scelta”.
Ma non è un cantautore normale, anche se gli arrangiamenti sono curati da Paolo Casa ed eseguiti, come base, dal gruppo dei Cyan.
Lui è un ballerino, un mimo, quando canta fa spettacolo sul serio. E' un personaggio nato, si muove con modestia, ma è naturale e dannatamente simpatico. Diaghilev, se fosse ancora vivo, gli offrirebbe una scrittura.
Il pubblico, però, qualche volta rimane perplesso. E allora lui ricomincia a spiegare: “Le canzoni sono pensieri, roba isolata, mentre io voglio fare un discorso con una certa continuità, qualcosa che rimanga...”.
Per chiarire meglio il concetto strimpella quattro note al pianoforte. E viene giù una melodia dolce come la sua Ninna Nanna, un brano che si conclude con il trillo di un orologio-sveglia, croce e delizia dei pendolari.
Fantasia e realtà: lui, astrologicamente gemelli, nell'ambivalenza ci sguazza.

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